Sostenibilità del debito aziendale. Due cubi identici su piattaforme separate da un profondo divario, con montagne e valle sullo sfondo.

Quanto debito può permettersi davvero un’impresa? La guida alla struttura finanziaria sostenibile

Financial Insight

Il margine che non va occupato

La capacità finanziaria di un’impresa non coincide con il massimo debito che il sistema è disposto a concederle. Dipende dalla relazione fra cassa prospettica, tempi di generazione dei flussi e scadenze delle obbligazioni: per questo un livello di leva apparentemente sostenibile può diventare fragile quando gli incassi rallentano, il capitale circolante assorbe liquidità o i rimborsi si concentrano nello stesso periodo. Il Codice della crisi e gli orientamenti europei sul credito assumono proprio questa prospettiva, fondata sulla capacità futura di far fronte agli impegni. Ne deriva una conseguenza gestionale rilevante: valutare il debito significa anche decidere quanta capacità di finanziamento lasciare inutilizzata. Una riserva finanziaria non impiegata riduce la pressione sulla liquidità e conserva margine per investimenti, shock operativi e fabbisogni non previsti.

Una domanda formulata male produce risposte inutilizzabili

Parliamo di sostenibilità del debito aziendale ed iniziamo col dire che la domanda su quanto debito un’impresa possa permettersi viene quasi sempre posta nella forma sbagliata, come ricerca di una soglia: una percentuale del fatturato, un multiplo dell’EBITDA, un livello oltre il quale l’indebitamento diventa pericoloso. La ricerca è comprensibile perché una soglia è immediatamente applicabile, ma non produce una risposta utilizzabile, per una ragione che merita di essere esplicitata invece che affermata.

Due imprese possono presentare lo stesso fatturato, lo stesso EBITDA e lo stesso debito finanziario netto avendo capacità di rimborso radicalmente diverse. La prima incassa in tempi brevi, opera con ricavi ricorrenti e clientela frazionata, sostiene investimenti prevedibili e ha distribuito i rimborsi su scadenze coerenti con il proprio ciclo di generazione della cassa. La seconda incassa a centoventi giorni, anticipa acquisti e costo del lavoro, dipende da pochi committenti e concentra nei dodici mesi successivi una quota rilevante delle restituzioni. I bilanci le rendono confrontabili. La struttura finanziaria non lo è affatto.

Ne discende la tesi che organizza questo articolo: non esiste una quantità di debito sostenibile in assoluto, esiste una struttura del debito compatibile o incompatibile con la capacità dell’impresa di produrre cassa nel tempo. Gli indicatori che verranno discussi nelle pagine seguenti non servono a individuare quella quantità. Servono a verificare quella compatibilità.

La sostenibilità è già definita in termini di flussi prospettici

Vale la pena osservare che questa non è una preferenza interpretativa. È la definizione adottata dall’ordinamento italiano e dalla disciplina prudenziale europea.

Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza definisce lo stato di crisi come la condizione del debitore che rende probabile l’insolvenza e che si manifesta con l’inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte alle obbligazioni nei successivi dodici mesi. Ai fini della definizione dello stato di crisi il legislatore assume quindi come criterio decisivo l’inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici rispetto alle obbligazioni dei dodici mesi successivi, spostando il baricentro dell’analisi dalla fotografia patrimoniale alla capacità prospettica di adempimento. Coerentemente, l’articolo 3 dello stesso Codice richiede che le misure adottate dall’imprenditore individuale e gli assetti organizzativi, amministrativi e contabili dell’imprenditore collettivo, istituiti ai sensi dell’articolo 2086 del codice civile, consentano di rilevare squilibri di carattere patrimoniale o economico finanziario e di verificare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità aziendale almeno per i dodici mesi successivi.

L’implicazione pratica è netta. Un’impresa che non sia in grado di dire quanta cassa produrrà nei prossimi dodici mesi non ha semplicemente una lacuna gestionale: ha un assetto che la norma considera inadeguato rispetto alla funzione che le assegna.

Sul versante di chi eroga il credito, gli orientamenti dell’Autorità bancaria europea in materia di concessione e monitoraggio dei finanziamenti, applicabili dal 30 giugno 2021, chiedono agli intermediari una valutazione della capacità di rimborso costruita sulla situazione economica, finanziaria e patrimoniale del debitore, con specifica attenzione ai flussi di cassa, al capitale circolante e alla capacità di servizio del debito. Gli orientamenti sono corredati da un allegato dedicato alle metriche utilizzabili nella concessione e nel monitoraggio del credito, e l’Autorità ha precisato che gli allegati non hanno natura vincolante e costituiscono un riferimento la cui applicabilità va commisurata al tipo di operazione e di debitore.

Questa precisazione va letta per quello che afferma. Il regolatore europeo, che avrebbe avuto ogni strumento per fissare soglie uniformi, ha deliberatamente scelto di non farlo. Chi propone il rapporto fra posizione finanziaria netta ed EBITDA inferiore a tre come criterio di sostenibilità sta quindi applicando una convenzione di mercato, non una regola prudenziale.

Il vincolo non è il reddito, è la cassa

Un bilancio può chiudere in utile mentre l’impresa attraversa una tensione di liquidità, e la circostanza non contiene alcuna contraddizione. L’utile è una grandezza economica costruita per competenza; le rate si pagano con denaro disponibile. Fra le due grandezze si collocano ammortamenti, investimenti, variazioni delle rimanenze, dei crediti commerciali e dei debiti verso fornitori, imposte e oneri finanziari, ciascuno dei quali può modificare in misura rilevante la quantità di cassa effettivamente prodotta.

Il caso più istruttivo è quello della crescita. Un’impresa che aumenti rapidamente i ricavi deve acquistare materie prime, retribuire il personale e pagare i fornitori prima di incassare dai clienti. Nell’esercizio in cui la crescita si manifesta, l’aumento delle vendite assorbe liquidità invece di produrla, e l’impresa migliora economicamente mentre si indebolisce finanziariamente. È una dinamica ordinaria, non patologica, che diventa pericolosa soltanto quando non viene anticipata e finanziata con strumenti di durata adeguata.

La domanda corretta non riguarda quindi il fatturato o l’utile, ma la sequenza: quanta cassa genera l’attività caratteristica, quanta ne assorbe il ciclo operativo, quanta ne resta disponibile per il servizio del debito dopo imposte e investimenti necessari alla continuità. È una domanda più difficile, e produce risposte meno rassicuranti.

Gli indicatori e il loro perimetro di validità

Il DSCR misura un margine, non una capacità

Il Debt Service Coverage Ratio rapporta il flusso di cassa disponibile per il servizio del debito agli impegni finanziari, quota capitale e interessi, riferiti allo stesso periodo. La sua utilità dipende interamente da due elementi che vengono spesso trascurati: come è costruito il numeratore e a quale periodo si riferisce.

Il numeratore non è l’EBITDA. Conviene esplicitare il ponte con un esempio numerico costruito su ipotesi dichiarate. Si consideri un’impresa con cinque milioni di ricavi e seicentomila euro di EBITDA, che sostiene centoventimila euro di imposte, centomila euro di investimenti di mantenimento e ottantamila euro di assorbimento di capitale circolante. Il flusso disponibile per il servizio del debito è pari a trecentomila euro. A fronte di un servizio del debito di duecentomila euro, di cui centosessantamila di quota capitale e quarantamila di interessi, il DSCR risulta pari a 1,50.

Il valore appare confortevole. Conviene verificare quanto sia solido. Si ipotizzi una flessione dei ricavi dell’otto per cento che, per effetto della leva operativa, comprima l’EBITDA del quindici per cento portandolo a cinquecentodiecimila euro, con corrispondente riduzione delle imposte a centomila euro e investimenti invariati. Si ipotizzi inoltre che, per effetto di un allungamento di circa dieci giorni dei tempi medi di incasso, l’assorbimento complessivo di capitale circolante salga dagli ottantamila euro del caso base a centotrentasettemila euro. Il flusso disponibile scende allora a centosettantatremila euro e il DSCR a 0,87 circa. Un margine apparente del cinquanta per cento è stato assorbito da un peggioramento che nessun imprenditore definirebbe drammatico.

Due precisazioni tecniche sono necessarie perché il ragionamento resti onesto. L’allungamento dei tempi di incasso produce un assorbimento di cassa in corrispondenza del cambiamento di livello e non si ripete identico negli esercizi successivi, a parità di nuove condizioni: incide quindi sull’anno di transizione più che sulla capacità strutturale. E un DSCR calcolato su dati consuntivi risponde a una domanda diversa da uno calcolato su flussi prospettici; sono i secondi a rilevare sia per la valutazione creditizia sia per l’obbligo di verifica della sostenibilità nei dodici mesi. Per operazioni pluriennali il DSCR del primo esercizio è inoltre poco informativo se non accompagnato dal valore minimo lungo l’intera durata del finanziamento, che è il punto in cui la struttura effettivamente si rompe.

Lettura finanziaria / 01

Dal margine operativo alla cassa realmente disponibile

A Scenario di partenza
EBITDA
€ 600.000
Imposte
− € 120.000
Investimenti di mantenimento
− € 100.000
Incremento capitale circolante
− € 80.000
Flusso disponibile
€ 300.000

Servizio del debito

€ 200.000 tra quota capitale e interessi.

1,50
B Scenario sotto stress
EBITDA
€ 510.000
Imposte
− € 100.000
Investimenti di mantenimento
− € 100.000
Capitale circolante considerato
− € 137.000
Flusso disponibile
€ 173.000

Servizio del debito invariato

Il flusso disponibile non copre più integralmente gli impegni del periodo.

0,87
1,50 0,87
Che cosa mostra

Il dato decisivo non è l’EBITDA isolato, ma quanto di quel margine sopravvive dopo imposte, investimenti e fabbisogno di capitale circolante. Il DSCR rende visibile il rapporto fra quella cassa e gli impegni finanziari dello stesso periodo.

Il rapporto fra PFN ed EBITDA misura la leva, non il tempo di rimborso

Il rapporto fra posizione finanziaria netta ed EBITDA confronta l’indebitamento finanziario al netto delle disponibilità con una misura della capacità operativa di generare margine. Un’impresa con un milione e ottocentomila euro di debiti finanziari, trecentomila euro di liquidità e cinquecentomila euro di EBITDA presenta una posizione finanziaria netta di un milione e cinquecentomila euro e un rapporto pari a tre.

Il numero non significa che occorrano tre anni per rimborsare il debito, perché l’EBITDA non è cassa disponibile: da esso devono ancora essere sottratti imposte, investimenti, variazioni del capitale circolante e oneri finanziari. Nell’esempio precedente, una conversione dell’EBITDA in flusso disponibile del cinquanta per cento farebbe sì che una posizione finanziaria netta pari a tre volte l’EBITDA equivalga a circa sei volte il flusso disponibile annuo. Non è una stima degli anni necessari al rimborso, ma mostra quanto diversa possa essere la lettura della leva quando al margine operativo si sostituisce la cassa realmente disponibile.

Due ulteriori cautele riguardano il numeratore. La liquidità nettata non è sempre disponibile, perché una parte serve al funzionamento ordinario e un’altra può essere vincolata a garanzia. La posizione finanziaria netta deve inoltre essere costruita secondo criteri coerenti e dichiarati, prestando particolare attenzione alle passività finanziarie derivanti da leasing e ad altre forme di finanziamento che, se escluse dal numeratore, possono rendere poco significativo il confronto fra imprese con differenti modalità di acquisizione dei beni strumentali.

Il rapporto resta una misura sintetica della leva, e la sua interpretazione dipende dalla volatilità dei flussi sottostanti. Un valore pari a tre è gestibile per un’impresa con ricavi stabili e conversione elevata del margine in cassa, ed è impegnativo per un’impresa ciclica con margini volatili e forte assorbimento di circolante. Il numero è identico e il rischio non lo è.

Matrice di lettura / 02

Tre indicatori, tre domande finanziarie diverse

Nessun rapporto sintetico descrive da solo la sostenibilità del debito. L’utilità nasce dalla domanda alla quale ciascun indicatore viene chiamato a rispondere.

01

DSCR

La cassa disponibile copre il servizio del debito?

Misura

Il rapporto fra flusso di cassa disponibile e quota capitale più interessi riferiti allo stesso periodo.

La lettura utile

Deve distinguere fra dati consuntivi e prospettici e, nelle operazioni pluriennali, osservare anche il valore minimo lungo la durata del finanziamento.

Non dice

Se la struttura complessiva della leva sia adeguata né quanto spazio finanziario residuo rimanga all’impresa.

02

PFN / EBITDA

Quanto debito netto grava sul margine operativo?

Misura

La leva finanziaria attraverso il confronto fra indebitamento finanziario netto e capacità operativa di generare margine.

La lettura utile

Acquista significato soltanto insieme alla qualità della conversione dell’EBITDA in cassa, alla volatilità dei ricavi e all’assorbimento del capitale circolante.

Non dice

In quanti anni il debito verrà rimborsato. L’EBITDA non coincide con il flusso realmente disponibile.

03

Interest Coverage Ratio

Quanto margine operativo assorbe il costo del debito?

Misura

La capacità della redditività operativa, secondo la configurazione adottata, di coprire gli oneri finanziari del periodo.

La lettura utile

Evidenzia l’effetto del costo della provvista e della composizione fra tasso fisso e variabile.

Non dice

Se l’impresa riuscirà a restituire il capitale: la copertura degli interessi e la capacità di rimborso non sono la stessa cosa.

Principio di lettura

Gli indicatori acquistano valore quando vengono letti insieme a flussi prospettici, capitale circolante, distribuzione delle scadenze e struttura effettiva delle fonti.

La copertura degli interessi risponde a una domanda diversa

L’Interest Coverage Ratio rapporta un risultato operativo, secondo la configurazione adottata nell’analisi, agli oneri finanziari del periodo, e misura quante volte la redditività operativa copre il costo del debito. Non è una versione semplificata del DSCR: i due indicatori rispondono a domande distinte, perché un’impresa può sostenere agevolmente gli interessi ed essere in difficoltà sulla restituzione del capitale, e la combinazione opposta è altrettanto possibile in presenza di finanziamenti con rimborso concentrato alla scadenza.

La distinzione ha assunto rilievo pratico negli anni di forte variazione dei tassi. La stessa quantità nominale di debito produce un peso finanziario diverso a seconda del costo della provvista e della composizione fra tasso fisso e variabile, che è una scelta di struttura e non un dettaglio contrattuale. Sapere quanto debito ha un’impresa è quindi insufficiente. Occorre sapere quanto costa, quando scade e quale cassa dovrà essere prodotta per sostenerlo.

Coerenza fra fonti e impieghi: il rischio che non compare nei ratio

Si considerino due imprese con un milione di euro di esposizione finanziaria. La prima ha contratto un finanziamento decennale per l’acquisto di un immobile produttivo. La seconda presenta prevalentemente scoperti di conto corrente e linee a breve utilizzate stabilmente per finanziare un fabbisogno divenuto permanente. L’importo coincide e la struttura finanziaria è incommensurabile.

Nel primo caso un impiego pluriennale è finanziato con una fonte di pari durata. Nel secondo l’impresa è esposta a un rischio che nessuno degli indicatori discussi finora rileva: il rischio di rifinanziamento. Le linee a breve sono soggette a revisione, riduzione o revoca, e la loro disponibilità dipende da una decisione che l’impresa non controlla. Il debito è formalmente sostenibile in ogni singolo esercizio e strutturalmente fragile, perché la sua continuazione dipende dal rinnovo.

Da qui discende una conseguenza spesso ignorata: gli affidamenti accordati e non utilizzati non sono liquidità in senso proprio, perché la loro disponibilità è condizionata. Trattarli come riserva di cassa nella pianificazione finanziaria significa attribuire certezza a una risorsa revocabile.

Il capitale circolante come origine del fabbisogno

Molte tensioni finanziarie delle imprese di dimensione media non originano da investimenti errati ma dal funzionamento ordinario. Crediti verso clienti, rimanenze e termini di pagamento ai fornitori determinano quanta liquidità resta immobilizzata nel ciclo operativo, e un’impresa può essere redditizia e contemporaneamente assorbire capitale in misura crescente.

L’ordine di grandezza è facilmente verificabile. Per un’impresa con sei milioni di ricavi annui, venti giorni aggiuntivi di dilazione media ai clienti corrispondono a circa trecentoventinovemila euro che restano finanziariamente sospesi più a lungo prima di trasformarsi in incasso. Non si tratta di una perdita: si tratta di un fabbisogno che qualcuno deve finanziare, l’impresa attraverso la propria liquidità, i fornitori attraverso dilazioni maggiori o il sistema finanziario attraverso linee dedicate. Ignorare questa grandezza nel determinare la capacità di indebitamento significa escludere dall’analisi la componente che più frequentemente la consuma.

La struttura delle scadenze e la funzione di ciascuna linea

Lo stato patrimoniale fotografa una situazione a una data. Il debito, invece, esiste come sequenza temporale, e la sua sostenibilità possiede almeno due dimensioni, la quantità e la distribuzione nel tempo. Costruire una mappa delle scadenze significa sapere quanto capitale dovrà essere restituito entro dodici mesi, quanto fra uno e tre anni, quanto oltre, quali linee necessitano di rinnovo, quali finanziamenti sono a tasso variabile, se esistono rimborsi concentrati alla scadenza e quali impegni derivano da leasing, factoring, anticipazioni e garanzie. Un’impresa può presentare un livello complessivo di indebitamento ragionevole e avere ugualmente un problema di concentrazione.

A questa lettura temporale conviene affiancarne una funzionale, che consiste nel chiedersi perché ciascun finanziamento esista. Il debito può finanziare investimenti destinati a produrre benefici pluriennali; può finanziare capitale circolante, coprendo lo sfasamento fra pagamenti e incassi; può finanziare operazioni straordinarie e modifiche della struttura societaria; oppure può finanziare perdite e squilibri ricorrenti.

L’ultima categoria richiede attenzione particolare, perché possiede una caratteristica che le altre non hanno: si autoalimenta. Se l’attività ordinaria assorbe sistematicamente più cassa di quanta ne produca, ogni nuova erogazione posticipa la manifestazione del problema aumentandone la dimensione, dato che il servizio del nuovo debito si somma a quello preesistente. Il tema, in quel caso, non è ottenere altro credito. È comprendere perché il funzionamento ordinario richieda indebitamento crescente.

Grafici a barre confrontano due imprese con lo stesso debito ma scadenze distribuite diversamente nel tempo

Lo stress non è una verifica, è un criterio di progettazione

Un piano finanziario costruito sul solo scenario atteso fornisce un’informazione limitata, perché lo scenario atteso è per definizione quello che l’impresa considera più probabile e che quindi non mette alla prova alcuna struttura. La verifica utile consiste nel modificare i parametri e osservare che cosa resta.

Le variabili da sollecitare sono poche e note: una riduzione dei ricavi, una compressione del margine operativo, un allungamento dei tempi di incasso, un aumento del costo del debito, un investimento più oneroso del previsto. L’esercizio numerico proposto in precedenza mostra come una combinazione ordinaria di questi fattori possa portare un DSCR da 1,50 a 0,87. Non serve prevedere il futuro con precisione; serve verificare se la struttura finanziaria possieda elasticità sufficiente a sopportare un futuro moderatamente diverso da quello pianificato.

È qui che passa la distinzione fra un’impresa solvibile e un’impresa finanziariamente robusta. La prima rispetta gli impegni se il piano si realizza. La seconda li rispetta anche quando il piano non si realizza.

Due imprese identiche sulla carta

Si considerino due imprese, Alfa e Beta. Entrambe fatturano otto milioni di euro, producono ottocentomila euro di EBITDA e presentano due milioni di euro di debito finanziario netto, per un rapporto fra posizione finanziaria netta ed EBITDA pari a 2,5.

Alfa incassa mediamente a quarantacinque giorni, opera con clientela frazionata, converte in cassa una quota elevata del proprio margine operativo e ha distribuito il debito prevalentemente su cinque anni. Beta incassa a centoventi giorni, realizza il quarantacinque per cento del fatturato con due clienti, mantiene rimanenze elevate e presenta una quota significativa di indebitamento a breve termine soggetto a rinnovo.

Il rapporto è identico e descrive due rischi non comparabili. Se un cliente rilevante di Beta ritarda un pagamento, l’evento non produce effetti immediati sull’EBITDA, perché il ricavo è già stato contabilizzato. Produce effetti sull’utilizzo delle linee bancarie, ed è in quella sede che diventa visibile. È il limite strutturale di qualsiasi tentativo di comprimere una struttura finanziaria in un unico indicatore.

Infografica Alfa e Beta con stesso PFN/EBITDA, ma tempi di incasso e scadenze del debito differenti

La storia finanziaria precede la richiesta di credito

Molte imprese analizzano seriamente la propria posizione finanziaria soltanto in prossimità di una richiesta di nuovo credito. È un errore di sequenza, perché a quel punto una parte rilevante degli elementi valutati si è già formata.

La Centrale dei Rischi gestita dalla Banca d’Italia è una base dati sui debiti di famiglie e imprese verso il sistema bancario e finanziario, alimentata dagli intermediari segnalanti e utilizzata nella valutazione della capacità di rimborso. Non è un elenco di cattivi pagatori: è un archivio longitudinale che documenta accordato, utilizzato, andamento dei rapporti ed eventuali sconfinamenti mese per mese. La Banca d’Italia ne mantiene una guida divulgativa nella propria collana istituzionale, aggiornata al 20 agosto 2026, e dal 13 aprile 2026 l’accesso ai dati per il cittadino avviene esclusivamente tramite il Portale dei servizi online.

Vi è una ragione ulteriore, di natura giuridica, per cui questa base dati non riguarda soltanto la relazione con la banca. Fra i segnali che il Codice della crisi individua come utili alla previsione anticipata della crisi figura l’esistenza di esposizioni verso banche e altri intermediari finanziari scadute da più di sessanta giorni, o che abbiano superato da almeno sessanta giorni il limite degli affidamenti ottenuti in qualunque forma, purché rappresentino complessivamente almeno il cinque per cento del totale delle esposizioni. Un utilizzo cronicamente prossimo ai limiti o uno sconfinamento prolungato non producono quindi soltanto un effetto reputazionale sul merito creditizio: rientrano nel perimetro di ciò che gli assetti aziendali devono essere in grado di rilevare.

Ne discende che la qualità finanziaria di un’impresa si costruisce nel tempo e viene osservata prima ancora che venga formulata una richiesta. Presentarsi al sistema finanziario con una struttura comprensibile, coerente e documentabile è un lavoro di esercizi, non di settimane.

Le domande a cui un’impresa dovrebbe saper rispondere

Non è necessario disporre di modelli sofisticati. È necessario conoscere la propria struttura con precisione sufficiente.

  • Quanto debito finanziario esiste realmente, considerando tutte le forme tecniche e gli impegni assimilabili.
  • Quanto costa in media e come si compone fra tasso fisso e variabile.
  • Come si distribuiscono le scadenze nei prossimi ventiquattro mesi e quali rimborsi sono concentrati.
  • Quanta cassa produce l’attività caratteristica e quanta ne resta dopo imposte, investimenti necessari e fabbisogno di circolante.
  • Come si modificano queste grandezze in uno scenario di ricavi o margini inferiori alle attese.
  • Quali linee finanziano un fabbisogno strutturale pur avendo natura formalmente temporanea.
  • Quale quota della continuità operativa dipende dal rinnovo di affidamenti revocabili.
  • Quanta della liquidità iscritta in bilancio è effettivamente disponibile.
  • Quanto capitale richiederanno gli investimenti programmati nei prossimi due o tre esercizi.
  • Quanta capacità di indebitamento residua l’impresa conserva e per quale finalità intende conservarla.

Se queste domande non trovano risposte sufficientemente precise, qualsiasi valutazione sulla possibilità di assumere ulteriore debito resta approssimativa, indipendentemente dagli indicatori calcolati.

La capacità finanziaria che conviene non utilizzare

L’ultima domanda dell’elenco precedente è di natura diversa dalle altre e merita una trattazione autonoma, perché rovescia l’impostazione con cui il problema viene abitualmente affrontato. Fino a questo punto la discussione ha riguardato il limite superiore dell’indebitamento. La questione più interessante riguarda invece la distanza che conviene mantenere da quel limite.

Una capacità di indebitamento non utilizzata non è capitale inerte. È un’opzione, ed è un’opzione il cui valore dipende proprio dalle circostanze in cui l’impresa si troverà a esercitarla. Un’impresa che abbia impegnato integralmente la propria capacità di credito nel finanziare un investimento ordinario conserva l’attivo acquisito e ha consumato la possibilità di reagire. Un’impresa che ne abbia lasciata una quota disponibile può finanziare un investimento non previsto nel momento in cui l’opportunità si presenta anziché nel momento in cui la struttura finanziaria glielo consente, può assorbire uno shock esterno senza rinegoziare condizioni sotto pressione, può evitare di dismettere attivi o di ricapitalizzare in un momento in cui la valutazione dell’impresa è depressa proprio dall’evento che ha reso necessaria la ricapitalizzazione, e conserva verso il sistema bancario una posizione negoziale che dipende non da quanto credito ha ottenuto ma da quanto avrebbe potuto ottenere.

L’ultimo punto merita di essere esplicitato perché è controintuitivo. Il potere negoziale di un’impresa verso i propri finanziatori è funzione decrescente del proprio grado di utilizzo. L’impresa che dispone ancora di margine è quella che può scegliere l’intermediario, discutere le condizioni, rifiutare una garanzia sproporzionata o rinunciare a un’operazione. L’impresa che ha esaurito la propria capacità non contratta, accetta.

La letteratura sulla struttura finanziaria d’impresa ha formalizzato questa intuizione a partire dalla teoria dell’ordine di scelta delle fonti elaborata da Myers e Majluf negli anni Ottanta, che descrive come le imprese tendano a finanziarsi anzitutto con risorse interne, poi con debito e soltanto in ultima istanza con nuovo capitale proprio, perché ciascun passaggio comporta un costo informativo crescente. Nel presente contesto la teoria interessa per una implicazione operativa, non per il suo impianto teorico. Se il debito è la fonte intermedia fra autofinanziamento e nuovo equity, allora mantenerne una quota disponibile significa conservare accesso a quella fonte intermedia, ed evitare che un fabbisogno improvviso costringa a saltare direttamente all’ultima, che è la più costosa e la meno disponibile esattamente quando serve. Una crisi di liquidità raramente si presenta in un momento favorevole alla raccolta di capitale proprio: è la stessa circostanza che genera il fabbisogno a deprimere le condizioni alle quali quel fabbisogno può essere coperto.

Contenuto pubblicitario GrifoFinance · Finanza d’impresa

Struttura finanziaria · Accesso al credito

Prima di chiedere nuovo credito, conviene capire quanto spazio finanziario preservare

Una richiesta di finanziamento non dovrebbe partire soltanto dall’importo che l’impresa intende ottenere. Scadenze esistenti, capacità prospettica di generare cassa, capitale circolante, investimenti programmati e struttura delle fonti concorrono a determinare quale configurazione finanziaria possa essere coerente con il fabbisogno aziendale. GrifoFinance opera nella mediazione creditizia e può affiancare l’impresa nella lettura preliminare dell’operazione e nella ricerca, presso intermediari e operatori disponibili sul mercato, di soluzioni compatibili con le caratteristiche del fabbisogno rappresentato.

L’obiettivo non è individuare il massimo debito teoricamente ottenibile. La valutazione riguarda la coerenza fra fabbisogno, struttura finanziaria, capacità di rimborso e margine che l’impresa intende conservare per esigenze future.

Mediatore creditizio · OAM M538

GrifoFinance S.r.l. opera come mediatore creditizio iscritto nell’elenco OAM al n. M538. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza né valutazione riferita a una specifica situazione aziendale. L’eventuale accesso al credito, le condizioni applicabili e la concessione dei finanziamenti restano soggetti alle autonome valutazioni degli intermediari e degli altri soggetti finanziatori coinvolti.

Ne discende un criterio di progettazione. La struttura finanziaria non va costruita per assorbire la massima quantità di debito che i flussi attesi riescono a sostenere, ma per finanziare l’attività lasciando disponibile una riserva proporzionata alla volatilità dei flussi, alla concentrazione della clientela, alla rigidità della struttura dei costi e all’entità degli investimenti che potrebbero rendersi necessari senza essere programmati. Un’impresa con ricavi stabili e clientela frazionata può ragionevolmente operare più vicina al proprio limite di quanto possa fare un’impresa ciclica dipendente da pochi committenti, e questa è la ragione per cui la stessa soglia numerica descrive situazioni non comparabili.

La domanda iniziale va quindi riformulata due volte. Non quanto l’impresa possa ancora indebitarsi, perché la risposta dipende dalla struttura e non da una soglia. E nemmeno soltanto quale struttura finanziaria le consenta di finanziare l’attività conservando la capacità di scegliere. La formulazione definitiva è più esigente e più utile: quanta della propria capacità finanziaria conviene deliberatamente non utilizzare, e per quale scopo la si sta tenendo disponibile. Un’impresa che sappia rispondere a questa domanda ha smesso di subire la propria struttura finanziaria e ha cominciato a progettarla. È la differenza che separa la solvibilità dalla libertà di manovra, e il debito diventa eccessivo molto prima del momento in cui non può più essere rimborsato: diventa eccessivo quando la struttura finanziaria comincia a decidere al posto dell’impresa.

Apparato documentale

Fonti e riferimenti

Normativa, orientamenti prudenziali e letteratura finanziaria utilizzati per documentare la lettura della sostenibilità del debito sviluppata nell’articolo.

  1. Fonte normativa primaria Codice civile

    Codice civile, art. 2086, secondo comma, «Gestione dell’impresa».

    Riferimento all’obbligo, per l’imprenditore che operi in forma societaria o collettiva, di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato anche alla tempestiva rilevazione della crisi e della perdita della continuità aziendale.

  2. Fonte normativa primaria 2019–2024

    Italia. Decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, in particolare artt. 2 e 3; come modificato, per quanto rilevante, dal D.Lgs. 17 giugno 2022, n. 83 e dal D.Lgs. 13 settembre 2024, n. 136.

    Base normativa della lettura prospettica della crisi e della verifica della sostenibilità dei debiti e delle prospettive di continuità aziendale almeno per i dodici mesi successivi.

  3. Orientamento prudenziale EBA/GL/2020/06 · 29 maggio 2020

    European Banking Authority. 2020. Guidelines on loan origination and monitoring. EBA/GL/2020/06. Applicabili dal 30 giugno 2021.

    Riferimento per la valutazione della capacità di rimborso, dei flussi di cassa, della situazione economico-finanziaria del debitore e per le metriche di concessione e monitoraggio del credito, con particolare attenzione all’Allegato 3.

  4. Documento istituzionale 20 agosto 2026

    Banca d’Italia. 2026. Le guide della Banca d’Italia. La Centrale dei rischi in parole semplici. Edizione del 20 agosto 2026.

    Documento istituzionale sul funzionamento della Centrale dei rischi, sulla rappresentazione delle esposizioni di famiglie e imprese e sull’utilizzo delle informazioni creditizie da parte degli intermediari.

  5. Normativa di vigilanza 11 febbraio 1991 · aggiornamenti successivi

    Banca d’Italia. Circolare n. 139 dell’11 febbraio 1991. Centrale dei rischi. Istruzioni per gli intermediari creditizi.

    Disciplina di riferimento per il funzionamento della Centrale dei rischi e per le segnalazioni degli intermediari partecipanti.

  6. Letteratura finanziaria Journal of Financial Economics · 1984

    Myers, Stewart C., and Nicholas S. Majluf. 1984. “Corporate Financing and Investment Decisions When Firms Have Information That Investors Do Not Have.” Journal of Financial Economics 13 (2): 187–221.

    Riferimento teorico per la gerarchia delle fonti di finanziamento e per il valore della disponibilità di risorse liquide e capacità finanziaria non immediatamente utilizzata in presenza di asimmetrie informative.

Riferimento da verificare

Agenzia delle Entrate, “Circolare n. 5 del 16 luglio 2026”, indicata come ricognizione del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Il riferimento non è incluso nella bibliografia documentale principale perché non è stato possibile verificarne con certezza gli estremi attraverso una fonte ufficiale dell’Agenzia delle Entrate. Nessun dato mancante è stato ricostruito per deduzione.

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