La tagliola del merito creditizio
Le banche tornano selettive proprio mentre le PMI tornano operative. Un paradosso che costa miliardi in investimenti congelati.
Il bilancio è a posto, i margini ci sono, i clienti pagano …eppure il fido resta bloccato. O peggio: viene ridotto senza preavviso, proprio mentre l’azienda aveva pianificato investimenti già approvati internamente. Questa situazione, sempre più diffusa tra le piccole e medie imprese italiane nel 2024 e 2025, non racconta crisi aziendali ma rigidità di sistema. Il punto è che nessuno lo dice apertamente.
Le statistiche ufficiali parlano di “normalizzazione del credito“, di “ritorno a criteri più stringenti”. Belle parole. La realtà sul campo è diversa: imprese sane che non riescono più a finanziarsi attraverso i canali tradizionali, non perché manchino i numeri richiesti ma perché i parametri di valutazione del rischio sono cambiati senza che nessuno aggiornasse il manuale.
Il meccanismo invisibile
Il problema non sta nei bilanci delle aziende. Il punto critico è altrove: i tempi di incasso si sono allungati, la liquidità circola più lentamente, e questo — a parità di fatturato e marginalità — trasforma un’impresa florida in un soggetto “a rischio” secondo gli algoritmi bancari. Perché gli algoritmi, va detto, non distinguono tra sofferenza strutturale e tensione temporanea di cassa.
Un fornitore della grande distribuzione incassa a 90 giorni invece che a 60. Un’impresa edile attende il SAL successivo mentre ha già sostenuto costi per materiali e manodopera. Nulla di drammatico, se non fosse che nel frattempo il sistema bancario ha alzato il livello di guardia. Non per cattiveria, beninteso: semplicemente perché le regole di Basilea, i requisiti patrimoniali e la pressione regolamentare spingono verso una riduzione dell’esposizione al rischio. Anche quando quel rischio, nei fatti, non c’è.
Il risultato? Aziende che hanno sempre onorato i debiti si trovano davanti porte chiuse. Non tecnicamente chiuse, sia chiaro. Più spesso socchiuse: il credito c’è, ma costa di più, richiede più garanzie, viene concesso con tempistiche incompatibili con le esigenze operative. Praticamente inutilizzabile.
La finestra stretta
C’è poi un altro dettaglio che sfugge alle analisi macro: molte PMI italiane sono sospese in una zona grigia tra finanza ordinaria e strumenti alternativi. Troppo piccole o troppo complesse per accedere ai mercati dei capitali, troppo grandi per accontentarsi del microcredito, troppo “normali” per attrarre investitori di private equity. E così restano lì, in un limbo dove il fabbisogno finanziario è reale ma le soluzioni disponibili non si incastrano mai perfettamente.
Il credito bancario tradizionale non funziona più come una volta — questo è ormai chiaro. Ma le alternative non sono ancora abbastanza diffuse, conosciute, accessibili. Il crowdlending esiste, i mini-bond ci sono, la cessione del credito (quando possibile) pure. Eppure quante imprese sanno davvero come strutturare un’operazione di questo tipo? E quante, soprattutto, hanno il tempo e le risorse per farlo mentre devono gestire l’ordinaria amministrazione?
La sensazione, parlando con imprenditori e CFO, è che molti siano ancora fermi al paradigma del “rapporto con la banca”. Come se fosse l’unica variabile in gioco. E invece il sistema si è frammentato: oggi serve una capacità di navigazione finanziaria che poche PMI hanno sviluppato internamente.
Il costo del blocco
Investimenti rinviati. Assunzioni sospese. Commesse rifiutate perché manca il circolante per anticipare i costi. Non si tratta di fallimenti, intendiamoci. Si tratta di opportunità mancate, di crescita rallentata, di potenziale inespresso. E questo, su scala aggregata, pesa sull’economia reale molto più di quanto appaia nei dati ufficiali.
Perché il vero punto è questo: un’impresa che non cresce quando potrebbe, che non assume quando avrebbe mercato, che non investe quando ci sarebbero le condizioni, non entra nelle statistiche come “problema”. Semplicemente resta ferma. E il sistema, nel suo complesso, perde dinamismo senza nemmeno accorgersene.
Gli strumenti per sbloccare queste situazioni esistono. La mediazione creditizia può aiutare a trovare soluzioni ponte, a costruire mix finanziari su misura che combinano canali tradizionali e alternativi. Ma — e qui sta forse il nodo principale — serve qualcuno in grado di leggere il fabbisogno reale dell’impresa, non solo i parametri standard di bilancio. Serve un approccio più artigianale, meno standardizzato.
GrifoFinance, per esempio, lavora proprio in questa direzione: non sostituisce il credito bancario ma affianca le imprese nella strutturazione di soluzioni finanziarie articolate, dove il fido tradizionale si integra con crowdlending, anticipi su crediti commerciali, operazioni di fintech. Non è una panacea, ma è un modo per non restare bloccati aspettando che il sistema torni “normale” — cosa che, probabilmente, non accadrà.
La domanda aperta
Resta da capire se questo irrigidimento del credito sia davvero solo una fase transitoria, come molti continuano a ripetere, oppure se rappresenti un cambiamento strutturale con cui le PMI italiane dovranno fare i conti per anni. La risposta, temo, non piacerà a chi cerca certezze: dipende. Dipende da come evolveranno le politiche monetarie, da quanto peserà il rischio geopolitico sui bilanci bancari, da quanta pressione normativa continuerà ad arrivare da Bruxelles.
Nel frattempo, però, le imprese non possono permettersi di aspettare. Chi ha capito che il credito non tornerà facile come prima sta già cercando altre strade. Chi ancora confida nel “rapporto storico con la banca” rischia di trovarsi, tra un paio d’anni, con un mercato cambiato e nessuna alternativa pronta.
Il problema vero non è che il credito sia diventato più caro o più selettivo. Il problema è che il sistema non ha ancora costruito ponti sufficienti tra vecchio e nuovo, tra finanza tradizionale e strumenti alternativi. E le PMI, intanto, restano sospese a metà.
