Superbonus, quali rischi per imprese e famiglie dallo stop alla cessione dei crediti?

Superbonus, quali rischi per imprese e famiglie dallo stop alla cessione dei crediti?

 

 

Il governo Meloni lo scorso 17 febbraio ha varato un un importante e definitivo giro di vite legato alle agevolazioni fiscali per i contribuenti, che intendono effettuare dei lavori di ristrutturazione edilizia e di efficientamento dei propri immobili, bloccando la cessione dei crediti derivanti dai vari bonus edilizi, ivi compreso il Superbonus 110%. La misura è presente all’interno del Decreto in materia di crediti fiscali, che è stato approvato dal Consiglio dei Ministri e, dopo la pubblicazione lampo sulla “Gazzetta Ufficiale”, adesso è arrivato all’esame della Camera. Attenzione: il provvedimento non implica l’abolizione del Superbonus. Quest’ultimo e gli altri incentivi sulla casa continueranno ad esistere, ma resteranno solo come agevolazioni che potranno essere sfruttati solo da chi può permettersi di eseguire e pagare i lavori a proprie spese, per avere poi una detrazione fiscale nella dichiarazione dei redditi, senza godere dello sconto in fattura dalla cessione del credito.

 

Superbonus 2023: i motivi dietro al blocco

Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia, ha spiegato che il decreto ha “un duplice obiettivo: cercare di risolvere il problema che riguarda la categoria delle imprese edili per l’enorme massa di crediti fiscali incagliati e mettere in sicurezza i conti pubblici. Comprendo la posizione delle imprese, ma mi permetto di citare una persona di cui ho molta stima e con cui ho fatto il ministro, che disse che il problema non è il Superbonus ma sono i meccanismi di cessione disegnati senza discrimine e discernimento. Vorrei puntualizzare che non tocchiamo il Superbonus, interveniamo sulla cessione dei crediti d’imposta che ammontano direi a 110 miliardi, questo è l’ordine di grandezza che deve essere gestito, l’obiettivo è dare la possibilità di gestirlo”. Lo scorso weekend, la premier Giorgia Meloni ha precisato:

“Il Superbonus è costato a ogni singolo italiano circa 2 mila euro, anche a un neonato o a chi una casa non ce l’ha. Non era gratuito, il debitore è il contribuente italiano”.

Ma intanto è polemica sulla misura del governo. Facciamo il punto su quante famiglie hanno attivato il Superbonus e quali rischi porta con sé l’ultimo provvedimento in materia del governo.

Chi ha beneficiato del Superbonus

Secondo i dati di Enea aggiornati a fine gennaio 2023, complessivamente le asseverazioni depositate nel 2022 sono state 372.297 a fronte di un valore degli interventi completati pari a 49,7 miliardi di euro.

Sul totale delle asseverazioni, solamente 51.247 hanno riguardato condomini, ovvero la tipologia di abitazioni che maggiormente avrebbero dovuto beneficiare dal provvedimento, contro le 215.105 degli edifici unifamiliari e le 105.945 delle unità funzionalmente indipendenti.

Secondo le stime del “110% Monitor” di Nomisma, i cantieri che dovrebbero essere stati conclusi sono circa 232.000 e coprirebbero meno del 2% del parco edifici residenziali in Italia.

Secondo i dati Enea, 58.355 asseverazioni sono state presentate in Lombardia (il 15,3% del totale, per la precisione), contro le circa 46.500 del Veneto (12,3%). Le 31.500 del Lazio (8,6%), le 30.700 dell’Emilia-Romagna (8,0%), le 29.600 della Toscana (7,8%) e le quasi 27.000 del Piemonte (7,2%).

Secondo un’indagine di Nomisma, sono stati 1,7 milioni gli italiani con reddito medio-basso ad aver beneficiato del provvedimento da quando è stato varato a conferma del fatto che la misura ha reso possibile l’accesso alla riqualificazione profonda delle proprie unità abitative a una porzione di popolazione meno abbiente che, altrimenti, non ne avrebbe usufruito.

Il profilo dei beneficiari è prevalentemente rappresentato da impiegati (nel 28% dei casi), residenti in comuni con un numero di abitanti compreso tra 40.000 e 100.000 abitanti (15%) e proprietario di un appartamento in condominio composto al massimo da 8 unità abitative (25% del totale).

Nel 64% dei casi le famiglie hanno preferito rivolgersi direttamente a una impresa di costruzioni, contro il 9% di grandi player e l’8% di utilities, portando un beneficio prevalentemente a operatori di dimensione medio-piccola.

 

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L’impatto economico del Superbonus

Secondo uno studio di Nomisma l’impatto economico complessivo del Superbonus 110% sull’economia nazionale è stato pari a 195,2 miliardi di euro, con un effetto diretto di 87,7 miliardi, 39,6 miliardi di effetti indiretti e 67,8 miliardi di indotto.

Complessivamente l’incremento del valore degli immobili oggetto di riqualificazione, nell’ipotesi che tutte le unità immobiliari riqualificate rientrino nelle classi energetiche inferiori, supererebbe i 7 miliardi di euro.

In uno scenario – in cui si stima che in Italia il settore delle costruzioni consumi oltre il 30% dell’energia primaria (generata per il 93% da fonti non rinnovabili) e sia responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra – risulta particolarmente rilevante anche una valutazione dell’impatto positivo a livello ambientale: dai risultati dello studio emerge una riduzione totale delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, responsabile mediamente del 40% del totale con punte fino al 70% nelle grandi città,  stimata in 1,42 milioni di tonnellate. Al riguardo, l’investimento per la transizione ecologica attraverso il Superbonus è di 59 euro per tonnellata di anidride carbonica, contro 52 euro per Trasporti e 95 per Industria.

Questo per altro si riflette anche sul bilancio delle famiglie, con risparmi pari a circa 29 miliardi di euro (dati stimati da Nomisma sui cantieri già conclusi). Nello specifico, per chi ha beneficiato della misura il risparmio medio in bolletta, considerando anche il periodo straordinario di aumento dei costi dell’energia, è infatti risultato pari a 964 euro all’anno. Lo studio evidenzia anche una riduzione del 15,5% per un solo salto di classe energetica, 30,9% per un salto di 2 classi energetiche e del 46,4% per un salto di 3 classi.

Da non trascurare, infine, l’impatto sociale che, sempre secondo lo studio di Nomisma, ha visto un incremento di 641.000 occupati nel settore delle costruzioni e di 351.000 occupati nei settori collegati.

Nello studio di Nomisma sono stati determinati anche i relativi coefficienti di attivazione utilizzati per valutare l’impatto prodotto sul sistema economico nazionale. In particolare, da una prima disamina è emerso che una produzione aggiuntiva di 1 mld di euro in costruzioni produce un incremento di 16.402 unità di lavoro nette di cui 10.602 direttamente nel settore delle costruzioni (pari ad una percentuale del 64%) e 5.800 nei comparti collegati.

I rischi dal blocco della cessione dei crediti per le famiglie

Come spiega Euroconsumatori, associazione europea dei consumatori indipendenti:

“L’ordinanza esclude la possibilità di sconti e crediti sulle fatture per tutti i lavori di nuova costruzione. Da un lato, sono esenti tutti i lavori per i quali è già stata presentata una Cila (comunicazione di inizio lavori). Dall’altro, i condomini, oltre alla Cila, necessitano di una delibera del consiglio comunale che autorizzi i lavori”.

Per chi non ha ancora presentato la Cila, non sarà più riconosciuta la possibilità di cedere il credito. Se la Cila è stata depositata ma i lavori non sono ancora cominciati, però, c’è il rischio concreto di ritrovarsi una banca riluttante ad acquistare il credito. Per gli altri bonus, invece, sarà necessario aver già iniziato i lavori. Per le villette il decreto del governo salva lo sconto in fattura solo per chi ha presentato la Cila. Per le case unifamiliari, invece, il bonus è anche sceso dal 110 al 90%. E a poter usufruire dello sconto saranno solo i nuclei familiari con un reddito non superiore ai 15mila euro, da calcolarsi con il meccanismo del quoziente familiare.

Il vero rischio per famiglie e imprese sta nel possibile fallimento delle aziende che ancora devono terminare i lavori, dovuto al blocco del pacchetto dei bonus. Un rischio su cui aveva già messo in guardia la presidente di Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Federica Brancaccio, che aveva dichiarato:

“Se il governo blocca l’acquisto dei crediti da parte degli enti pubblici che si stanno facendo carico di risolvere un’emergenza sociale ed economica sottovalutata dalle amministrazioni centrali, senza aver individuato ancora una soluzione strutturale, migliaia di imprese rimarranno definitivamente senza liquidità e i cantieri si fermeranno del tutto con gravi conseguenze per la famiglie“. 

Euroconsumatori chiarisce:

“Laddove i lavori finanziati sono stati terminati famiglie e consumatori non dovrebbero rischiare nulla. Nel caso in cui, invece, l’azienda ha percepito fondi, non realizzati lavori e al tempo stesso fallito il rischio per le famiglie è la restituzione, da parte dell’erario, degli importi percepiti dall’azienda per i lavori non eseguiti”.

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I rischi dal blocco della cessione dei crediti per le imprese

Il decreto legge in materia di Superbonus rischia di essere un boomerang per oltre 10 mila micro e piccole imprese della Lombardia. Ma a pesare sulla ripresa economica della regione vi sono anche i prezzi al consumo ancora troppo alti, con l’inflazione che si attesta all’11%. Sul fronte consumi la dinamica dei prezzi per i cittadini lombardi (dati dicembre 2022) è guidata dal +53,2% dei beni energetici; a seguire di rilievo anche il +12,1% di alimentari e bevande, il +8,7% di servizi ricettivi e ristorazione, il +8,2% di mobili e beni per la casa, il +7% di trasporti e il +4,2% di spettacoli e cultura.

Secondo i dati di CNA Lombardia, nella regione il valore dei lavori conclusi supera i 9 miliardi di euro. L’importo medio degli investimenti ammessi in detrazione in Lombardia è invece di 195 mila euro e a fine gennaio 2023, risultano completati lavori pari al 79,3% del valore totale degli investimenti ammessi in detrazione.

Non solo Superbonus: gli altri rischi per le imprese italiane

L’energia resta comunque in primo piano in termini di aumenti estremamente sensibili per imprese e famiglie specialmente nell’ultimo anno. Dopo i valori record di agosto 2022 (543 €/mwh) e di settembre (430 €/mwh), negli ultimi mesi il prezzo medio dell’energia elettrica si è sensibilmente ridimensionato, ma si conferma su livelli molto elevati (174 €/mwh a gennaio 2023). Nel 2022 il prezzo dell’energia elettrica, inteso come media dei valori mensili, risulta pari a 306 euro/mwh: si tratta di una variazione del +143% rispetto al dato medio del 2021 e del +665% sul prezzo medio del 2020.

Le imprese assorbono il 77% dei consumi elettrici registrati in Lombardia e l’aumento esponenziale del prezzo dell’energia elettrica nel 2022 ha influito sui bilanci delle aziende: a carico delle imprese lombarde si stimano maggiori costi per 7,6 miliardi di euro rispetto al 2021 (+87%). Di questi, quasi 5,4 miliardi ricadrebbero sull’industria e circa 2,2 miliardi sulle imprese dei servizi. La discesa dei prezzi nell’ultima parte dell’anno ha invece consentito di ridurre di circa 400 milioni il maggior costo rispetto alle stime effettuate lo scorso novembre.

Sul fronte del gas naturale a gennaio 2023 il prezzo medio si attesta sui 68 €/mwh: si tratta di un valore notevolmente inferiore rispetto ai livelli raggiunti ad agosto (233 €/mwh) e a settembre 2022 (187 €/mwh). Considerando l’intero anno solare 2022 il prezzo medio del gas naturale risulta pari a 123 €/mwh ed è un valore superiore del +137% rispetto al dato del 2021 e addirittura del +1.018% nei confronti del prezzo medio rilevato nel 2020.

 

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WallStreetItalia
21 febbraio 2023
Valentina Magri